LA RUSSIA VOTA, MA PER CHE COSA?

(Pubblicato su Lettera da Mosca il 17 settembre 2021)

Il 5 febbraio 1997 George Kennan, l’ ispiratore della “dottrina Truman” e della politica di “contenimento” dell’ Unione Sovietica nel secondo dopo guerra, firmò per il New York Times un pezzo dal titolo “un errore fatale” per prendere posizione sul progetto di allargamento ad est della NATO “fino ai confini russi”. La contrarietà dello statista era, in sintesi, così motivata: “possiamo attenderci che una decisione simile infiammerebbe le tendenze anti occidentali e militariste dell’ opinione pubblica russa; che abbia un effetto nocivo sullo sviluppo della democrazia russa; che riporti il clima da guerra fredda nelle relazioni est ovest, e che spinga la politica estera russa in direzione decisamente sgradite.”1).

Come noto gli avvertimenti di Kennan furono ignorati e la NATO, che pure aveva assolto la sua funzione storica, non solo non venne liquidata, ma venne progressivamente estesa, con l’ esplicito disegno di costruire ai danni della Russia un sistema giugulatorio di relazioni talmente sbilanciato da precludere a Mosca qualsiasi ambizione all’ indipendenza decisionale (e qui la citazione di un altro eminente statista USA, Zbigniew Brzezinski, si impone).

Del resto la Russia non pareva affatto in grado di opporsi: si trovava, infatti, all’ epoca, in condizioni semi coloniali, prostrata economicamente ed asservita politicamente ad un governo diretta emanazione delle cancellerie occidentali (al tempo le “ingerenze” nei processi elettorali non scandalizzavano nessuno, tanto che il Times del 16 luglio 1996 esaltava con toni estatici i “consiglieri americani che hanno aiutato Eltsin a vincere”) 2). Il rischio che qualcosa potesse andare storto sembrava, quindi, accettabile, se paragonato al premio ambito e poi, fugacemente, carpito: l’ egemonia mondiale.

Eppure un osservatore non sospettabile di russofilia, George Soros, commentava così il corso occidentale russo degli anni ’90: “L’attuale sistema, che io definirei di capitalismo predatorio, sta creando una grande insofferenza tra la popolazione e forma l’humus dove potrebbe crescere un messia, un leader carismatico, il quale, promettendo la salvezza della nazione, conduce il paese al totalitarismo.” 3).

E’ solo un memento: sarà anche vero che la Russia di oggi ha imboccato una strada a noi sgradita. Ma una critica moralista da parte occidentale sarebbe molto ipocrita, perché questi sviluppi sono la precisa conseguenza (chiaramente identificata da chi aveva una vista sufficientemente buona) di un nostro azzardo morale.

Quindi uno sguardo nitido, senza le lenti rosa dell’ apologia, ma anche senza quelle fosche dei pregiudizi, è il minimo che dobbiamo alla Russia ed anche l’ unico punto di partenza possibile per iniziare a capire dove si trova e dove è diretta.

Prendiamo le prossime elezioni parlamentari del 17-19 settembre, che cadono più o meno esattamente a metà del quarto mandato di Putin, come spunto per un esame più ampio, punto di partenza per allungare lo sguardo fino all’ appuntamento elettorale veramente importante: le presidenziali del marzo 2024.

Sebbene i sondaggi diano “Russia Unita” oramai da tempo stabilmente sotto al 30%, non è detto che il partito di Putin non riesca, anche questa volta, a strappare la maggioranza assoluta. Un po’ perché sta facendo una campagna elettorale intelligente, nascondendo l’ aborrito Medvedev e mettendo in vetrina Lavrov (che non sembra molto a suo agio nella parte di testimonial) e Shoigu (molto più brillante), capilista del partito 4). Un po’ perché non sono mancate le “mancette” pre elettorali, sotto forma di pagamenti straordinari di 10 – 15 mila rubli allo “zoccolo duro” del putinismo, pensionati e militari 5).

Ma soprattutto perché la situazione, in realtà, non è mai stata disperata. Infatti le ricerche demoscopiche russe, a differenza delle nostre, inseriscono nel conteggio anche gli indecisi e gli astenuti (di modo che un 27% corrisponde, nei sondaggi, ad un 42% di voti validi), mentre la soglia di sbarramento ed il sistema misto consentono al primo partito di fare il bottino di seggi uninominali, il che, secondo il centro studi Zentr Politicheskoj Kon’iunktyrj, stando alle rilevazioni del 27 agosto, assicurerebbe a Russia Unita una tranquilla maggioranza di 293/305 seggi su un totale di 450 6).

Certo, il confronto con il risultato del 2016 (una trentina di seggi ed una dozzina di punti percentuali in meno) non sarà incoraggiante. Ma non si tratterà nemmeno dello tsunami in cui alcuni commentatori nostrani sperano 7). Senza considerare il fatto che le formazioni di “opposizione istituzionale” che supereranno la soglia di sbarramento (saranno tre: Partito Comunista, Russia Giusta di Mironov e LibDem di Zhirinovsky), esprimono tutte posizioni più oltranziste (rispetto ai rapporti con l’ occidente), di quelle di Russia Unita, così che un eventuale (improbabile) governo “di coalizione” avrebbe, da un punto di vista atlantico, dei connotati ancora più sgradevoli.

L’ importanza dell’ evento non va sminuita, ma comunque nemmeno esagerata. La Duma è un organismo umiliato non da Putin, ma dalla Costituzione del dicembre 1993, varata dal “nostro” amico Eltsin quando le ceneri del precedente organo rappresentativo, il Soviet Supremo della Federazione Russa, erano ancora calde. Una camera impotente ed un presidente autocrate al tempo piacevano ai leader occidentali 8): si trattava di “mettere al sicuro” le riforme ed il mercato da quel “covo di  neocomunisti e nazionalisti” che era, al tempo il parlamento russo.

Quello che si va ad eleggere sarà quindi un organo debole (come, del resto, tutti quelli dal 1993 in poi), che riproduce un sistema partitico asfittico 9) e (con la sola possibile eccezione del partito di Zuganov) poco partecipato, risultato di elezioni con scarsa risonanza mediatica e dibattito pubblico.

La mattina del 20 settembre, quindi, non avremo tanto una indicazione di valore programmatico, quanto una misurazione della tenuta del sistema Russia: un indicatore della disponibilità delle istituzioni, dei media, delle autorità locali e poi, certo, anche, dei cittadini, ad andare ancora avanti, in nome di quella stabilità che rappresenta il vero tratto distintivodella stagione putiniana.

Dopo 30 anni di errori e correzioni, di successi e fallimenti, di ripiegamenti ed avanzate, di entusiasmi e disillusioni, la Federazione Russia sta trovando un proprio baricentro. 30 anni è un periodo lungo se misurato sulla vita umana, ma molto corto per i ritmi di un organismo socio culturale millenario che deve riorganizzarsi in un nuovo contenitore statale. A che punto è, a metà del quarto mandato di Putin, la rifondazione dello stato russo? Valutiamolo sotto alcuni parametri: politica (interna ed estera), società, ideologia, questione nazionale, economia.

 Il dilemma forse più importante di tutti (integrarsi nel sistema di organizzazioni sovranazionali occidentali o lottare per un posto al sole rivendicando un nuovo sistema di governance multipolare) è stato sciolto definitivamente con la crisi ucraina: la Russia vuole essere un centro decisionale autonomo. Tratto il dado di questo fatale dilemma, tutti gli altri pezzi del puzzle si stanno componendo a cascata.

La scelta subito conseguente è stata: “fuga dall’ occidente”. Non solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’ Unione Europea. Riducendo al lumicino i rapporti  diplomatici (si veda la disastrosa visita dell’ Alto Rappresentante Borrel a Mosca 10), e rassegnandosi al raffreddamento anche di quelli economici, ancora troppo intensi per essere troncati del tutto. L’ Unione Europea, infatti, rappresenta ancora il 37% dell’interscambio commerciale della Federazione Russa (contro il 20% della Cina), ma la percentuale era del 42,5% nel 2019 e di oltre il 50% nel 2013. E se due anni fa gli scambi ammontavano a 262 miliardi di dollari, l’anno scorso hanno di poco superato i 190 11).

A occidente non c’è più alcun rapporto privilegiato: non c’è quindi nemmeno più per trattare con i guanti quelli che il Cremlino vede (spesso a torto, ma a volte anche a ragione) come meri agenti di influenza straniera. E’ da qui che nasce la liquidazione della dissidenza liberale: l’ arresto di Navalny, la dichiarazione della sua organizzazione (FBK) come “organizzazione estremista” 12),  l’ espatrio delle sue collaboratici Sobol 13) e Yarmysh 14), ma anche l’ inserimento di una trentina di giornalisti e testate (fra cui Meduza, Proekt e Dozhd) nell’ elenco degli “agenti stranieri” che ne rende estremamente difficile la prosecuzione dell’ attività 15). Eliminata la frangia “movimentista” della galassia liberale, restano i media con agganci nelle istituzioni (Ekho Moskvi, Kommersant, Vedomosti) e alcuni esponenti politici referenti storici di questo orientamento, che però sono stati o integrati (Kirienko) o marginalizzati (Kudrin) o entrambi (Chubais, Kudrin). In ogni caso queste iniziative censorie impoveriscono il dibattito e il pluralismo informativo, ma, agli occhi di Putin, sono giustificate da una superiore esigenza di sicurezza della stato, che va tutelato da ogni rischio di ripetere le traumatiche “rivoluzioni” del passato, senza le quali (crede il Presidente) oggi la Russia avrebbe 500 milioni di abitanti invece di 146 16).

Del resto è lecito chiedersi quale sarebbe il peso politico dei liberali anche in una Russia più aperta e democratica se è vero, come è vero, che i Russi chiedono alla politica più stato e più assistenzialismo 17), non più “riforme”. Per di più tale richiesta viene, si badi bene, indistintamente, dagli elettori di tutti gli orientamenti politici, compresi gli stessi simpatizzanti liberali 18).

Sempre dalla sfida agli Stati Uniti per un diverso assetto internazionale (sfida che in origine nulla aveva di ideologico) nasce la retorica dei “valori tradizionali”, articolata su due pilastri: l’ ortodossia e la vittoria nella guerra patriottica. L’ idea multipolare si fortifica e giustifica nella teoria della molteplicità delle “civiltà” e della alterità di quella russa rispetto a quella europea (già portate alla ribalta da intellettuali come N. Ja. Danilevskij e K. N. Leontev in un periodo storico, gli ultimi anni dell’ ‘800, spesso rievocato come “età dell’ oro” da Putin 19). A sua volta teorizzare l’ esistenza di molteplici civiltà porta alla “riscoperta” dei “valori tradizionali” che distinguono la propria dalle altre. All’ inizio tutto questo era finalizzato all’ obiettivo strategico. Con il passare del tempo, però, i richiami conservatori si stanno trasformando da mero strumento di soft power internazionale e di consenso interno in una vera e propria ideologia di stato che, soprattutto sotto il versante dei rapporti con la chiesa, finisce per condizionare il decisore politico 20) il che appare evidente, ad esempio, dalle tinte fortemente ideologiche assunte dalla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale 21).

Un ruolo, se pure indiretto e difficile da quantificare, hanno giocato, nello spingere la Russia verso il conservatorismo, anche l’ establishment occidentale, e l’ influenza esercitata sulla cultura russa dallo scontro, in corso dalle nostre parti, fra gli opposti pregiudizi di uno schieramento progressista che tende a demonizzare Mosca rappresentandola (secondo la più tipica profezia che si auto avvera) come una sentina di oscurantismo ed uno conservatore, che la idealizza specularmente, immaginandola come la proiezione utopistica delle proprie attese.

La crisi con l’ occidente e la svolta ad ovest di Kiev hanno poi aiutato la Russia a sintetizzare un compromesso nell’ eterno dilemma fra vocazione nazionale ed imperiale. Semplifichiamo: visto che senza l’ Ucraina la Russia non potrà tornare impero, sarà nazione. Nonostante Putin non perda occasione per ribadire la natura ”multinazionale” della Russia 22) sulla base di una dottrina delle nazionalità enunciata nel 2012 e sempre coerentemente richiamata 23), l’ impressione è che la Russia di oggi si comporti in larga parte come uno stato nazionale, anche se molto tollerante con le élite dei popoli minoritari. I Russi (questo principio è stato costituzionalizzato dalla riforma del 2018) sono l’ etnia fondativa dello stato, attorno ai quali si raccolgono gli altri popoli della Federazione, i Rossiyanini, che stanno un gradino più sotto, non giuridicamente, ma moralmente. Un gradino ancora sotto (già al di fuori del nuovo perimetro statuale) si trovano Ucraini e Bielorussi, in quanto nazioni culturalmente affini ai Russi. Costoro, insieme ai Russi della diaspora, sono incoraggiati a stabilirsi in Russia al fine di consolidare la “matrice” russa dello stato e di fronteggiare la crisi demografica, tramite procedure di naturalizzazione semplificate. Esiste certamente l’ ambizione ad un maggior livello di integrazione con la Bielorussia e con l’ Ucraina. Gradualmente, però, si prende atto dell’ ormai incolmabile distanza di almeno una parte del popolo ucraino, per cui ai proclami di unità (si veda il lungo articolo di Putin in proposito 24) corrisponde una politica più pragmatica, finalizzata all’ obiettivo minimo di tenere Kiev fuori dalla NATO. Le organizzazioni regionali promosse da Mosca (a partire dallo Stato Riunito) non esprimono ambizioni “imperiali” (se mai egemoniche) e sono dirette a paesi che, pur condividendo una storia comune, sono ormai irrimediabilmente “altro”. Si tratta, quindi, di strumenti di politica estera, atti a consolidare l’ influenza e a tutelare la sicurezza di una Russia che ormai, messa da parte la dimensione imperiale, si riconosce (con la sola eccezione della Crimea) nei confini del 1991 25).

Quanto all’ economia, la vulgata occidentale si compiace di dipingere il paese come una “pompa di benzina che si crede uno stato”, per stigmatizzare lo storico duch desease che affligge il paese. E in effetti, dopo anni di sforzi, la quota di budget statale derivante dall’ export energetico, per quanto scesa negli ultimi tre anni dal 46% al 36%, rimane preoccupante 26). Gli analisti liberali, in Russia e all’ estero, denunciano l’ eccessivo peso del comparto statale nell’ economia, e la necessità di riforme, privatizzazioni e di una linea di politica estera più accomodante, che consenta la rimozione delle sanzioni, requisiti tutti giudicati indispensabili per sostenere una crescita almeno in linea con la media mondiale 27). E in effetti nel secondo decennio del secolo l’ economia russa non è riuscita a sostenere la straordinaria crescita del primo, alternando flessioni a stanchi recuperi. Ma ci sono anche elementi incoraggianti. Prima di tutto la Russia ha imparato, negli anni, a gestire la sua dipendenza dalle materie prime, sia con il sistema dell’ accumulo nel Fondo di Riserva delle eccedenze negli anni di abbondanza, sia perfezionando un meccanismo di controllo del prezzo del greggio attraverso la costruzione di una relazione preferenziale con l’ Arabia Saudita (Opec + Russia). Quanto alla strategia di crescita la Russia, come la Cina, cerca di evadere la “trappola del reddito medio” collocandosi ormai stabilmente nel gruppo di potenze che hanno optato per un sistema “capitalistico di stato” e giudicare tale scelta da una prospettiva liberale di mercato è, ovviamente, arbitrario: alla fine dei conti sarà la storia, come sempre, a premiare i vincitori e punire i vinti 28). Un punto a favore della Russia è, per il momento, la sua buona ripresa dalla crisi Covid: il prodotto nazionale lordo del 2019 è stato già raggiunto nel secondo quarto del 2021 29).

Resta dunque, alla costruzione dello stato russo, una sola, pesante incognita: la successione. La stanchezza mostrata da Putin nel corso della crisi Covid, una modesta flessione (specie fra i più giovani) negli indici di gradimento, un sentimento serpeggiante di endemica insoddisfazione per piccoli e grandi disservizi locali, l’ accendersi qua e là di occasionali focolai di protesta, la delega in bianco lasciata, in occasione della crisi Covid,  ad autorità locali che spesso si sono spinte fino a seguire politiche opposte a quelle predicate dalla presidenza (valga per tutti il caso dell’ obbligo vaccinale 30) rappresentano altrettanti segnali di un indebolimento della verticale di potere, campanelli di allarme ben più preoccupanti dei soliti strepiti delle classi medie urbane. La successione, portando nuove energie al vertice ed una avvicendamento della classe dirigente, potrebbe aiutare a superare questa risacca.

E sarà proprio la successione (che avvenga nel 2024 o più tardi), non certo le prossime elezioni parlamentari, il vero banco di prova delle scelte effettuate fin ora. Si tratta di un ostacolo molto impegnativo. La Federazione Russa, infatti, è ancora un sistema governato con metodi largamente informali, sistema i cui antecedenti storici (Unione Sovietica, Impero Zarista, su su fino a Bisanzio) hanno molto faticato a codificare meccanismi di avvicendamento al vertice incruenti. Sarà anche il caso della Federazione Russa, visto che il precedente di Boris Eltsin, essendo molto peculiare, non stabilisce una norma sufficientemente sicura.

Al vertice dello stato sono collocati personaggi che devono il potere ad un familiarità pluridecennale con Putin, spesso risalente agli anni di San Pietroburgo o addirittura del KGB (politici come Lavrov, Patrushev, Shoigu, Novak ma soprattutto “imprenditori di stato” come Rotenberg, Chemesov, Setchin, Gref, Miller): il sostituto di Putin dovrà garantir loro, e agli interessi che rappresentano, la permanenza o almeno una soddisfacente uscita di scena.

Poi ci sono gli apparati, civili e militari. I mille terminali burocratici, dalle competenze spesso sovrapposte e talvolta contrapposte, costruiti per trasmettere al centro le mille esigenze ed i mille interessi delle varie articolazioni della società. E le amministrazioni locali che, dopo il Covid, si chiedono se non sia possibile ottenere autonomia anche su altri dossier.

Solo alla fine, dopo un lavorio di trattative e compromessi, regolamenti di conti e prove di forza (se tutto andrà bene) incruente e dietro le quinte, il popolo sarà chiamato a convalidare la scelta. Un processo, come si vede, delicatissimo, che sarebbe bene portare avanti in un clima internazionale il più possibile disteso. Un lusso che difficilmente la Russia potrà permettersi.

Quanto alle “democrazie occidentali” (a loro volta in profonda crisi), si trovano oggi alle porte un grande stato ostile (a sua volta alleato al colosso cinese), stato che si regge non sul “mercato” ma su una verticale di potere burocratica, illiberale ed imbevuta di ideologia conservatrice. Sarebbe dignitoso risparmiarsi isterie ed ipocrisie essendo questo esattamente il risultato a cui abbiamo lavorato per decenni. Kennan e Soros ci avevano avvertito.

  1. G. Kennan, A Fateful Error, New York Times, 5 febbraio 1996 https://www.nytimes.com/1997/02/05/opinion/a-fateful-error.html
  2. La copertina si può trovare sul sito della rivista http://content.time.com/time/magazine/0,9263,7601960715,00.html
  3. Un resoconto ricco di retroscena della vicenda di G. Chiesa, Russia Addio, Come si colonizza un Impero, Editori Riuniti, 1997;
  4. Canale Telegram Aavst, 19 giugno 2021  https://t.me/aavst55/13006
  5. Redazionale, Putin predoloshil “Edinoj Rossij” posle pobedy na vyborakh vyplatit’ pensioneram po 10000 i voennam po 15000 rublej, in Volgasib, 23 agosto 2021, https://volgasib.ru/virtual/politika/putin-predlozhil-edinoj-rossii-posle-pobedy-na-vyborah-vyplatit-pensioneram-po-10000-i-voennym-po-15000-rublej/
  6. Zentr Politicheskoj Kon’iunktyrj ,  Ot rejtingov k rezyl’tatam (vypusk  ot 27 avgysta) https://cpkr.ru/issledovaniya/vybory-2021/ot-reytingov-k-rezultatam-vypusk-ot-27-avgusta/
  7. Si veda, ad esempio, l’ intervista a Navalny pubblicata dal New York Times e ripresa da Repubblica Navalnyj: “Vi spiego perché possiamo sconfiggere Putin e far rinascere la Russia” https://www.repubblica.it/esteri/2021/09/01/news/intervista_a_navalnyj-316104226/
  8. Bill Clinton descrisse l’ assalto al parlamento come “una guerra voluta dai nemici, e che non gli ha [ad Eltsin n.d.r.] lasciato alternative all’ uso della forza per ripristinare l’ ordine”, v. E. Caretto, Clinton, ora torniamo alle riforme in Repubblica, 5 ottobre 2021. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/10/05/clinton-ora-torniamo-alle-riforme.html?ref=search
  9. M. Morini, La Russia di Putin, Il Mulino, 2020, 41 segg.
  10. Si  veda un riepilogo dei commenti di parte occidentale in A. De Luca, Borrel, La Russia e le colpe dell’ Europa, in ISPI, 12 febbraio 2021, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/borrell-la-russia-e-le-colpe-delleuropa-29254
  11. M. De Bonis, Energia e sentimento: la Russia è sempre meno europea e sempre più cinese, in Limes Online, 17 maggio 2021, https://www.limesonline.com/rubrica/percezione-russia-europa-occidente-cina?prv=true
  12. Redazione Asknews, Oggi compleanno di Navalny, Putin firma legge anti “estremisti”, 4 giugno 2021,  https://www.askanews.it/esteri/2021/06/04/oggi-compleanno-di-navalny-putin-firma-legge-anti-estremisti-pn_20210604_01108/
  13. Canale Telegram Aavst, 8 agosto 2021, https://t.me/aavst55/13787
  14. Canale Telegram Aavst, 30 agosto 2021, https://t.me/aavst55/14094
  15. Sul caso di Proekt si veda L. De Biase, Dentro la guerra di Putin al giornalismo indipendente, in Rolling Stone, 2 agosto 2021, https://www.rollingstone.it/politica/dentro-la-guerra-di-putin-al-giornalismo-indipendente/576302/
  16. Canale Telegram Pul n. 3, 1 settembre 2021, https://t.me/dimsmirnov175/24768
  17. F. Scaglione, I cittadini russi, lo stato e noi, in Lettera da Mosca, 4 maggio 2021, https://letteradamosca.eu/2021/05/04/i-cittadini-russi-lo-stato-e-noi/
  18. “in ogni caso, per quanto riguarda la sfera sociale, le opinion dei “liberali” coincidono largamente con quelle degli altri due gruppi ideologici. Molti concordano che lo stato russo dovrebbe assumersi più obblighi sociali, non meno.” A. Kolesnmikov, The Liberals and Liberalism in Russia: Who is Dead, Who is Alive? in [a cura di] A. Ferrari e E. Tafuro Ambrosetti, Russia’ s Foreign Polcy: the Internal – International Link, ISPI, 2021, pag. 80, https://t.co/DhQtKoLvYX?amp=1
  19. A. Walichki, Una utopia conservatrice, storia degli slavofili, Einaudi, 1973, 502 segg., sulla fascinazione di Putin per il regno di Alessandro terzo vs. M. Bordoni, Alessandro III, ecco perché piace a Putin, in Lettera da Mosca, 25 giugno 2021, https://letteradamosca.eu/2021/06/25/alessandro-iii-ecco-perche-piace-a-putin/ Si veda anche la brevissima antologia S. De Vidovich [a cura di] L’ identità russa secondo i classici, in Limes, n. 2 del 1996, Ombre Russe, https://www.limesonline.com/cartaceo/lidentita-russa-secondo-i-classici
  20. “sebbene la svolta conservatrice è stata in origine concepita come uno strumento per gli affari interni per fare fronte ad una crisi di legittimazione, negli ultimi anni si è radicata nella sfera pubblica”. A. Curanovich, Domestic Lobbysts and Conservatism in Russian Foreign Policy, in [a cura di] A. Ferrari e E. Tafuro Ambrosetti, Russia’ s Foreign Polcy: the Internal – International Link, ISPI, 2021, pag. 45, https://t.co/DhQtKoLvYX?amp=1
  21. O. Moscatelli, Nella nuova Strategia di sicurezza nazionale della Russia, più valori che strategia, Limes Online, 21 luglio 2020, https://www.limesonline.com/rubrica/russia-strategia-sicurezza-nazionale-2021-putin
  22. Redazionale, Putin zajavil o vrede peshernovo nazionalizma, Izveztja, 17 febbraio 2021, https://iz.ru/1125955/2021-02-17/putin-zaiavil-o-vrede-peshchernogo-natcionalizma;
  23. V. Putin, Russia, la questione nazionale, su Saker Italia, 9 giugno 2017, http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/russia-la-questione-nazionale/
  24. V. Putin, Russi e Ucraini sono un popolo solo, in Limes Online, 29 luglio 2021, https://www.limesonline.com/russi-e-ucraini-sono-un-popolo-solo/124461
  25. Sulla dimensione “multinazionale” della Russia, v. il grande classico, A. Kappeler, La Russia, Storia di un impero Multietnico, Edizioni Lavoro, 2001; sul dilemma “imperiale” della Federazione Russa, in senso parzialmente difforme a quello qui sostenuto A. Roccucci, Per la Russia l’ Impero resta la Carta vincente, in Limes n. 3 del 2002, Il triangolo di Osama, pag. 177 segg.
  26. Canale Telegram Grafstat Infografica, su dati ministeriali, 13 marzo 2020 https://t.me/grafstat/250
  27. Questo è l’ orientamento espresso dal think tank, vicino a Medvedev, Russian International Affairs Council (v. A. Graef, Influential o Irrilevant? The Role of Foreign Policy Think Tanks in Russia, in  [a cura di] A. Ferrari e E. Tafuro Ambrosetti, Russia’ s Foreign Polcy: the Internal – International Link, ISPI, 2021, pag. 25, https://t.co/DhQtKoLvYX?amp=1
  28. Sul tema è interessante E. Baroncelli, Cina e Russia nel nuovo contesto globale: sostenibilità interna, vincoli relazionali ed implicazioni sistemiche, in S. Bianchini, A. Fiori [a cura di] Russia e Cina nel Mondo Globale, Carocci, 2018, 149 segg.
  29. Redazionale, Russia’s economic growth continues to surprise on the upside with 10.3% expansion in 2Q21, in Intellinews, 17 agosto 2021 https://www.intellinews.com/russia-s-economic-growth-continues-to-surprise-on-the-upside-with-10-3-expansion-in-2q21-218310/?source=Russia
  30. M. Bordoni, Vaccinazioni, niente obbligo, siamo Russi, in Lettera da Mosca, 29 giugno 2021 https://letteradamosca.eu/2021/06/29/vaccinazione-niente-obbligo-siamo-russi/

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